
Il vuoto che mi circonda e di cui mi circondo mi sta corrodendo lentamente, fino all'osso. Mucchi di vestiti schiaffati in una valigia alla rinfusa, mucchi di pensieri inconsistenti, mucchi di giornate senza un nome, senza tempo, senza teleologia. I giorni sono sigarette accese così per caso in una giornata di vento e dimenticate nel posacenere. Si lasciano fumare in fretta, si consumano senza lasciare altra traccia che la cenere, e quando ci si accorge che sono finite, ci si rende conto che ne, avremmo voluto aspirare il fumo, e allora così per uno strano automatismo ne accendiamo un'altra. La notte mi rigiro nel letto cercando il sonno e tentando di scacciare i must to do che affollano rumorosi la mia testa. C'è una nuvola nel cielo che si morde la coda, ma noi non possiamo vederla, se alziamo gli occhi percepiamo solo un'unica coltre,diverse gradazioni del grigio. E' ottobre ormai e io dovrei rientrare nei cardini, dovrei pensare alla mia laurea, dovrei pensare agli esami, dovrei pensare a qualcosa, e invece mi trascino tra il primo piano e il gradino del portone, tra una desintonizzazione cerebrale e la prossima sigaretta. C'è qualcosa che non va nell'aria, c'è qualcosa che non va in me. E' astenia? E' apraxia? E' una fase? E' una tendenza? E' la scia di un aeroplano nel cielo al tramonto o è il solco dell'acqua nella pietra?
Il tacco degli stivali rimbomba sulle strade deserte, in questa città vedo tante facce e nessun anima. La sera le vie si svuotano e rimango sola con il rumore dei miei passi, con il tabacco che stringo tra le dita e con mille pensieri estemporanei e inconsistenti che si accavallano l'uno sull'altro senza giungere a percezione chiara, e stridono come la forchetta che raschia sul fondo della pentola.
Questa volta non è nemmeno la solitudine che soffro, ma piuttosto mi sento abbandonata da me stessa, come se io non ci fossi già più e fossi diventata un corpo che si trascina stanco qua e là, senza più nè una coscienza nè un inconscio ma accompagnata solo da un'istanza superegotica che sta con il fiato sul collo e rimane inascoltata. E' come essere nello stesso tempo partigiana, alleata e waffen-SS, com'essere il mio peggior nemico e come non aver più nemmeno la voglia di combatterlo. Un televisore non sintonizzato, milioni di righe grigie che danzano sullo schermo, che tremano, che vibrano, che nel loro silenzio assordante urlano la tragicità della propria esistenza.
Al di là del giudizio, al di là delle ipocrisie, al di là del sarcasmo, al di là del grottesco, al di là del tragico, al di là del mito, al di là del reale cosa può esistere? Intorno a me vedo soltanto dei cliché imbellettati nelle loro strutture, prigionieri del proprio stereotipo, convinti della loro unicità e mi esce sul viso un ghigno sarcastico. Le sovrastrutture io le ho perse da un pezzo, e questo all'inizio m'ha destabilizzato. Il processo adolescenziale fa si che tutti si sentano speciali e irripetibili all'interno della propria ridicola omologazione, ma l'omologazione crea appartenenza. Dona un'identità artificiale, fittizia, ma percepita dall'individuo come molto solida. Quando mi sono liberata progressivamente da tutti quei me di cartapesta che m'abitavano, ho iniziato a conoscermi, a piacermi e a contare su me stessa. Non esente da un sentimento snobistico, non esente da spinte superomistiche ho iniziato a farmi strada, disboscando, demolendo, bombardando, per edificare me stessa. Le difficoltà e le disgrazie che si sono interposte sono state tante e tremende, le lacrime scoppiavano come bombe dimenticate in pianti isterici e irrefrenabili, per nulla liberatori, strettamente necessari. Affermazione e repressione di qualsiasi cosa che dentro e fuori di me si opponesse all'inesorabile potenza di questo nuovo Io. Forse non ho respirato troppo a lungo, forse devo solo riprendere fiato, per ributtarmi a capofitto nella mia vita, nei miei doveri e nei miei piaceri, perché anche quelli sembrano essersi biodegradati.
Fuori piove, poi torna il sole, poi ricomincia a diluviare; l'autunno si concilia con l'alternanza di momenti di gioia e spensieratezza e altri di pesantezza assoluta, boccheggio come un pesce nell'acqua, muovendo convulsamente la bocca ma senza mai dire niente. La banalità mi fa venire una nausea fittissima, la milza mi si spappola e il mio cuore tachicardico batte fuori ritmo, mi mancano le mie nevrosi, mi manca l'oggetto delle mie ansie, mi manca una consistenza alle mie giornate, mi manca la realtà. Odore di gas.
Il sapore del whisky, ruvido e spigoloso mi invade la bocca, insieme a frasi senza senso, insieme a innumerevoli litanie recitate per automatismo. Quando mi distraggo, quando non inizio ragionamenti che per forza di cose rimarranno incompiuti, inizio a cantare il Dies irae di Mozart, così nemmeno senza accorgermi, e allora corro ad ascoltare il requiem, e per un attimo mi sento ancora viva.
Il tacco degli stivali rimbomba sulle strade deserte, in questa città vedo tante facce e nessun anima. La sera le vie si svuotano e rimango sola con il rumore dei miei passi, con il tabacco che stringo tra le dita e con mille pensieri estemporanei e inconsistenti che si accavallano l'uno sull'altro senza giungere a percezione chiara, e stridono come la forchetta che raschia sul fondo della pentola.
Questa volta non è nemmeno la solitudine che soffro, ma piuttosto mi sento abbandonata da me stessa, come se io non ci fossi già più e fossi diventata un corpo che si trascina stanco qua e là, senza più nè una coscienza nè un inconscio ma accompagnata solo da un'istanza superegotica che sta con il fiato sul collo e rimane inascoltata. E' come essere nello stesso tempo partigiana, alleata e waffen-SS, com'essere il mio peggior nemico e come non aver più nemmeno la voglia di combatterlo. Un televisore non sintonizzato, milioni di righe grigie che danzano sullo schermo, che tremano, che vibrano, che nel loro silenzio assordante urlano la tragicità della propria esistenza.
Al di là del giudizio, al di là delle ipocrisie, al di là del sarcasmo, al di là del grottesco, al di là del tragico, al di là del mito, al di là del reale cosa può esistere? Intorno a me vedo soltanto dei cliché imbellettati nelle loro strutture, prigionieri del proprio stereotipo, convinti della loro unicità e mi esce sul viso un ghigno sarcastico. Le sovrastrutture io le ho perse da un pezzo, e questo all'inizio m'ha destabilizzato. Il processo adolescenziale fa si che tutti si sentano speciali e irripetibili all'interno della propria ridicola omologazione, ma l'omologazione crea appartenenza. Dona un'identità artificiale, fittizia, ma percepita dall'individuo come molto solida. Quando mi sono liberata progressivamente da tutti quei me di cartapesta che m'abitavano, ho iniziato a conoscermi, a piacermi e a contare su me stessa. Non esente da un sentimento snobistico, non esente da spinte superomistiche ho iniziato a farmi strada, disboscando, demolendo, bombardando, per edificare me stessa. Le difficoltà e le disgrazie che si sono interposte sono state tante e tremende, le lacrime scoppiavano come bombe dimenticate in pianti isterici e irrefrenabili, per nulla liberatori, strettamente necessari. Affermazione e repressione di qualsiasi cosa che dentro e fuori di me si opponesse all'inesorabile potenza di questo nuovo Io. Forse non ho respirato troppo a lungo, forse devo solo riprendere fiato, per ributtarmi a capofitto nella mia vita, nei miei doveri e nei miei piaceri, perché anche quelli sembrano essersi biodegradati.
Fuori piove, poi torna il sole, poi ricomincia a diluviare; l'autunno si concilia con l'alternanza di momenti di gioia e spensieratezza e altri di pesantezza assoluta, boccheggio come un pesce nell'acqua, muovendo convulsamente la bocca ma senza mai dire niente. La banalità mi fa venire una nausea fittissima, la milza mi si spappola e il mio cuore tachicardico batte fuori ritmo, mi mancano le mie nevrosi, mi manca l'oggetto delle mie ansie, mi manca una consistenza alle mie giornate, mi manca la realtà. Odore di gas.
Il sapore del whisky, ruvido e spigoloso mi invade la bocca, insieme a frasi senza senso, insieme a innumerevoli litanie recitate per automatismo. Quando mi distraggo, quando non inizio ragionamenti che per forza di cose rimarranno incompiuti, inizio a cantare il Dies irae di Mozart, così nemmeno senza accorgermi, e allora corro ad ascoltare il requiem, e per un attimo mi sento ancora viva.
But the sickness is drowned by cries for more
Pray to God make it quick - watch him fall
Pray to God make it quick - watch him fall


Sorpresa. Hai messo in parole cose che non riuscivo a sputar fuori.
RispondiEliminaRipasserò.
certo che mi ricordo! ma dov'eri sparita?
RispondiEliminaPersa un pò tra le pagine del mio moleskine e una vita che iniziava a farsi troppo confusa e complciata.. se mi sarei messa a scrivere avrei scritto cose troppo grandi, troppo personali, e una volta cresciuta, non hai proprio tanto più voglia di dare tutta te stessa in pasto alla blogsfera =)
RispondiEliminaPiacere di risentirti comunque !!!
piacere mio. sai, di vita complicata ora ci sono dentro in pieno incastrato tra i tentacoli della vita, della morte dell'amore, sta collassando tutto attorno a me e anche io sono sul punto di crollare. comunque evviva la vita!
RispondiEliminami fa piacere comunque rileggerti alla prossima